La tragedia avvenuta a Crans-Montana, che ha coinvolto un gruppo di giovani adolescenti, ha sollevato dolore, sgomento e molte domande.
Tra queste, alcune tornano con insistenza: perché non hanno reagito prima? perché non sono scappati? perché nessuno ha dato l’allarme?
Sono domande comprensibili, umanamente inevitabili.
Ma sono anche domande che nascono dal senno di poi, quando siamo al sicuro, lontani dalla minaccia, con il cervello razionale pienamente attivo.
La psicologia del trauma ci invita a fare un passo diverso:
spostarci dal giudizio alla comprensione.
Il trauma: quando il corpo prende il comando
Il trauma non coincide semplicemente con un evento drammatico.
Il trauma è ciò che accade nel nostro sistema nervoso quando percepiamo una minaccia che supera le nostre risorse di fronteggiamento.
In una situazione di pericolo improvviso, il cervello razionale – quello che valuta, pianifica e prende decisioni ponderate – si riduce drasticamente.
A prendere il comando è il sistema di sopravvivenza, che agisce in modo automatico, rapido, non mediato dalla riflessione.
Questo significa una cosa fondamentale:
👉 in quei momenti non scegliamo come reagire, reagiamo e basta.
Le risposte automatiche di sopravvivenza
Davanti a una minaccia, il sistema nervoso può attivare diverse risposte, tutte finalizzate alla sopravvivenza:
Attacco (fight)
È la risposta che spinge ad agire, intervenire, contrastare il pericolo.
In un contesto come quello di Crans-Montana, questa risposta può essersi espressa nel tentativo di:
- spegnere l’incendio
- aiutare altre persone
- “fare qualcosa” per riprendere controllo
Non si tratta di eroismo consapevole, ma di una reazione biologica: se combatto, forse posso salvarmi.
Fuga (flight)
Alcune persone sentono un impulso immediato ad allontanarsi, scappare, cercare una via di uscita.
In diversi casi, è proprio questa risposta che conduce alla salvezza.
È importante sottolinearlo:
non è una questione di lucidità o bravura, ma di tempistica neurobiologica.
Evitamento o adattamento
Altre persone possono minimizzare il pericolo, restare dove sono, continuare a fare ciò che stavano facendo.
L’evitamento è una strategia potente quando la minaccia è troppo grande per essere mentalmente tollerata.
È una risposta che protegge dalla paura estrema, almeno nell’immediato.
Freezing (blocco)
Il freezing è forse la risposta più fraintesa.
Il corpo si immobilizza, la mente si svuota, il tempo sembra fermarsi.
Non è “scegliere di non fare nulla”, ma non riuscire a fare nulla.
Dal punto di vista del sistema nervoso, il blocco è un’estrema strategia di sopravvivenza.
Adolescenza: autonomia apparente e bisogno di protezione
Quando parliamo di adolescenti, è essenziale ricordare che il loro cervello è ancora in sviluppo, soprattutto nelle aree legate alla valutazione del rischio e alla regolazione emotiva.
Ma c’è un aspetto spesso sottovalutato:
anche quando sembrano grandi, autonomi, capaci, gli adolescenti si aspettano che sia un adulto a riconoscere il pericolo e a proteggere.
L’idea implicita è:
“Se fosse davvero pericoloso, un adulto interverrebbe.”
In un contesto in cui questa guida manca, o non è percepita come attiva, il senso di smarrimento aumenta enormemente e il sistema nervoso può restare bloccato più a lungo.
Il ruolo determinante del gruppo
In situazioni di emergenza, il gruppo diventa un potente regolatore del comportamento individuale.
Il cervello, sotto stress, fa qualcosa di molto semplice: guarda gli altri per capire cosa è sicuro fare.
Se:
- nessuno si muove
- nessuno scappa
- nessuno segnala un pericolo imminente
allora il sistema nervoso può interpretare la situazione come gestibile, anche quando non lo è.
Seguire il gruppo non è superficialità.
È una strategia di sopravvivenza profondamente radicata nella nostra storia evolutiva.
Comprendere non significa giustificare
È importante essere chiari:
comprendere le dinamiche traumatiche non significa assolvere, né riscrivere i fatti, né sminuire le responsabilità o le perdite.
Significa evitare una violenza ulteriore:
quella del giudizio retrospettivo su persone che si trovavano in una condizione di terrore.
La domanda più utile non è:
“Perché non hanno fatto di più?”
Ma:
👉 “Cosa stava accadendo nel loro corpo e nel loro sistema nervoso in quel momento?”
Dal giudizio alla comprensione
Parlare di trauma, soprattutto quando coinvolge adolescenti, richiede rispetto, lentezza e umiltà.
Il trauma non rende deboli.
Non rende irresponsabili.
Non rende stupidi.
Rende umani, in una condizione estrema.
E se vogliamo davvero onorare ciò che è accaduto, il primo passo è spostarci dal giudizio alla comprensione.
08 gennaio 2026 Barbara Boselli